Siamo lieti di annunciare il nuovo ciclo di incontri del nostro Cineforum, un viaggio affascinante attraverso la storia del cinema italiano che segna il passaggio dal Neorealismo del primo Fellini ai capolavori della commedia all'italiana.
Il percorso è curato con passione e competenza dall'Ing. Cesare Quondam Marco.
🗓️ Il Programma delle Proiezioni
Tutti gli appuntamenti si tengono di giovedì, dalle ore 15:30 alle 17:30:
19 febbraio: La Strada (Federico Fellini)
26 febbraio: Lo Sceicco Bianco (Federico Fellini)
5 marzo: I Vitelloni (Federico Fellini)
12 marzo: Tutti a casa (Luigi Comencini)
19 marzo: Una vita difficile (Dino Risi)
26 marzo: C'eravamo tanto amati (Ettore Scola)
📍 Luogo e Appuntamenti
Le proiezioni si svolgono presso la Sala-Attività della "Biblioteca Sperelliana" di Gubbio. Il ciclo inizia il 19 febbraio per concludersi il 26 marzo 2026.
📝 Iscrizioni
Le iscrizioni sono aperte presso la Segreteria a partire da mercoledì 28 gennaio. Vi aspettiamo numerosi per riscoprire insieme i grandi classici che hanno reso celebre il cinema italiano nel mondo!
📽️ Commento Critico al Programma
Questo ciclo di Cineforum propone un itinerario filologico e narrativo di grande spessore. La selezione dei film non è casuale, ma traccia l'evoluzione di una nazione:
1. L'eredità di Fellini: La prima metà del percorso si concentra su Federico Fellini, analizzando la transizione dalle atmosfere ancora legate al neorealismo dei sentimenti (La Strada) verso l'ironia e la satira di costume (Lo Sceicco Bianco e I Vitelloni). È l'occasione per vedere come il regista abbia saputo trasformare la realtà quotidiana in poesia universale.
2. La Storia e la Commedia: Con Comencini e Risi, il focus si sposta sulla capacità del cinema italiano di raccontare la Storia con la "S" maiuscola (il dopoguerra, la Resistenza, il boom economico) attraverso la lente della commedia agrodolce. Tutti a casa e Una vita difficile sono pilastri che mostrano l'italiano medio alle prese con i grandi cambiamenti sociali.
3. La sintesi finale: La chiusura con C'eravamo tanto amati di Ettore Scola rappresenta il perfetto compendio di questo viaggio. È un film "di memoria" che omaggia i registi precedenti e tira le somme di trent'anni di storia d'Italia, tra sogni infranti e la resilienza dei legami umani.
Un programma, dunque, che non è solo intrattenimento, ma un'importante occasione di riflessione culturale e storica per i soci della nostra Università.
"Dal Neorealismo del primo Fellini alla Commedia all’italiana”
Il programma del Cineforum 2025-2026 prevede la proiezione di sei film divisi in due gruppi: il primo è una trilogia dedicata al primo Fellini in cui il grande regista risente in qualche modo ancora delle tematiche della corrente neorealista e i film sono:
La Strada (1954 con Giulietta Masina ed Anthony Quinn)
Lo Sceicco Bianco (1952 con Alberto Sordi)
I Vitelloni (1953 con Alberto Sordi).
Queste opere presentano ancora caratteristiche comuni con il Neorealismo classico come l’ambientazione in un’ Italia povera da poco uscita dalla tragedia della guerra, l’attenzione a personaggi di umile estrazione, i temi sociali, l’uso della pellicola in bianco e nero. Allo stesso tempo però se ne distaccano spostando l’attenzione sul mondo interiore, sui sogni, sulle illusioni dei personaggi, con una forte vena grottesca e caricaturale, portando infine il cinema sul terreno della satira al mondo dei media popolari (fotoromanzi), come nello Sceicco Bianco. Tutti temi che in seguito ritorneranno ancora più evidenti nelle opere successive del grande regista.
La corrente neorealista era nata durante gli anni della guerra per poi protrarsi nel dopoguerra fino agli anni '50. Fino ad allora la cinematografia italiana era stata influenzata dal regime fascista. Mussolini aveva ben capito la potenza propagandistica di uno strumento come il cinema e aveva fatto costruire Cinecittà e fondato l’Istituto Luce che produceva cinegiornali e documentari che celebravano il Duce, le realizzazioni del regime e i valori del fascismo. La loro proiezione era obbligatoria prima di ogni film.
I film prodotti durante il ventennio si possono dividere in due filoni: uno celebrativo del valore italico (La disfida di Barletta) oppure delle gesta dell’antica Roma che il regime si proponeva di emulare (Scipione l'Africano). L'altro filone era quello dei "telefoni bianchi", commedie sentimentali ambientate nel mondo della borghesia con i loro amori ed intrighi.
Sia i film d’avventura che quelli delle commedie erano ben lontani dalla vita della gente comune e del popolo; erano film di pura evasione che avevano lo scopo di sollecitare le fantasie degli spettatori. Questi due filoni naturalmente non avevano nulla in comune con la vita di tutti i giorni, per cui, quando la cruda realtà della guerra irruppe nella vita degli italiani, alcuni registi e intellettuali rivolsero la loro attenzione alle sofferenze e alle condizioni di estrema povertà causate dall’evento bellico e iniziarono a produrre film non più girati nei teatri di posa ma per le strade, utilizzando a volte anche attori non professionisti, narrando storie di guerra, di lutto e di miseria, rivoluzionando così la produzione cinematografica italiana (Neorealismo).
Nacquero opere come:
Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Germania anno zero (1948) di Roberto Rossellini
Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948) e Umberto D. (1952) di Vittorio De Sica
Ossessione (1943), La terra trema (1948) e Bellissima (1951) di Luchino Visconti
Fellini collaborò con questi registi neorealisti prima di dirigere i suoi primi film.
La seconda parte del ciclo di film proposti nel Cineforum vede opere di tre autori diversi:
Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini, protagonista Alberto Sordi.
Una vita difficile (1961) di Dino Risi, protagonista Alberto Sordi.
C'eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola, protagonisti Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli.
Sono film che coprono la storia italiana dagli anni della guerra a quelli del boom economico degli anni Sessanta e Settanta. Gettano le basi per far passare la cinematografia italiana dall'epoca del Neorealismo a quella della Commedia all'italiana, attraverso la rappresentazione agrodolce dei grandi cambiamenti della realtà sociale italiana, descrivendone mirabilmente i vizi, le distorsioni e anche gli ideali e i sogni infranti.
Tre opere indimenticabili di una valenza storica e artistica ai più alti livelli.
Primo film della rassegna, giovedì 19 febbraio 2026
La strada è un film girato da Federico Fellini nel 1954, è una delle sue prime opere nelle quali permangono ancora degli elementi propri del genere neorealista che ha caratterizzato la cinematografia italiana nel primo dopoguerra. Non dimentichiamo infatti che Fellini coadiuvò alla sceneggiatura di Roma città aperta, il capolavoro simbolo del Neorealismo di Roberto Rossellini.
La strada però è anche un'opera in cui emergono evidenti quelle caratteristiche che saranno peculiari della produzione successiva del grande regista e cioè l'elemento fiabesco e onirico, nonché l'introspezione psicologica dei personaggi.
Come elementi comuni al Neorealismo possiamo annoverare l'ambientazione nell'Italia rurale e povera del primo dopoguerra, i personaggi umili e diseredati segnati da miserie materiali e morali. Infatti nella prima parte del film assistiamo all'episodio in cui una madre, vedova e con più figli, si vede costretta a vendere per 10.000 lire la figlia giovanissima ad un saltimbanco, oggi si direbbe artista di strada, che si esibisce col suo girovagare nelle piazze di sperduti paesini e che prende la ragazza per farne la sua coadiuvante, tra l'altro suona il tamburo per attrarre gli spettatori durante i suoi spettacoli di piazza.
La storia poi si dipana come una amara favola che vede protagonisti tre personaggi principali:
Gelsomina, la ragazza venduta, ingenua dolce e mentalmente fragile, interpretata da una eccezionale Giulietta Masina al suo primo vero importante ruolo cinematografico.
Zampanò, il saltimbanco, un girovago rude e violento interpretato da uno straordinario Anthony Quinn.
Il soprannominato Matto, un acrobata da circo, personaggio sereno, riflessivo con un'aria da filosofo, interpretato da Richard Basehart.
I tre personaggi possono essere visti come gli archetipi di una favola per bambini, la ragazza buona ingenua e sognante, il cattivo rude e insensibile, il filosofo saggio e buono. Di qui l'impianto fiabesco e onirico del film che sarà poi una delle caratteristiche della futura produzione del regista.
Oltre a questa lettura di tipo favolistico, il film però presenta anche un profondo significato che potremmo definire filosofico - esistenziale e di questo aspetto si fa portavoce il terzo personaggio, definito il Matto, allorquando, cercando di aiutarla, spiega a Gelsomina che ogni cosa a questo mondo, anche la più piccola e apparentemente inutile come un sasso, ha un suo preciso scopo. La vicenda infatti poi ci mostrerà che anche un essere umile e insignificante come il personaggio di Gelsomina avrà avuto, con la sua tragica scomparsa, l'effetto di fare emergere finalmente un briciolo di umanità in quell'essere insensibile e animalesco che è il rozzo girovago. Questo emerge nel finale del film dove Zampanò, alla notizia della morte di Gelsomina, sola e dimenticata, è sopraffatto per la prima volta dal rimorso e dal dolore e tutto ciò culmina in una scena di disperazione solitaria sulla riva del mare.
Fellini quindi con questa storia ci narra una vicenda estremamente umana e densa di significati che è al tempo stesso una favola, un dramma umano e una profonda riflessione filosofico esistenziale.
La musica di Nino Rota è parte integrante della narrazione, conferendo al film un’atmosfera sospesa e sognante.
Il film ebbe un grande successo di critica vincendo il Leone d'oro al Festival Internazionale di Venezia nel 1954 e l'Oscar per il miglior film straniero nel 1957.
Secondo film della rassegna, giovedì 26 febbraio 2026
Lo Sceicco Bianco è un film di Federico Fellini girato nel 1952 e interpretato da un giovane Alberto Sordi. La storia è una commedia agrodolce ambientata a Roma che narra le disavventure di due sposi novelli, Ivan Cavalli (Leopoldo Trieste) e Wanda Giardino Cavalli (Brunella Bovo), provenienti dalla provincia (Viterbo) e arrivati nella capitale per il loro viaggio di nozze e per incontrare i severi zii di Ivan che hanno organizzato per loro anche un'udienza con il Papa.
La sposa Wanda è una accanita lettrice di fotoromanzi, lettura all’epoca molto in voga, e ha una forte infatuazione per il personaggio dello Sceicco Bianco impersonato dall’attore Fernando Rivoli, interpretato da un sorprendente Alberto Sordi, il tutto all’oscuro del marito che ha un carattere che tiene maniacalmente al decoro e alla propria immagine di piccolo borghese benpensante. Giunti a Roma però Wanda non resiste alla tentazione di incontrare il suo idolo di carta, al quale aveva anche mandato delle lettere di ammirazione firmandosi Bambola appassionata. Per far questo si allontana dall’albergo all’insaputa del marito, ma si ritrova suo malgrado lontana da Roma, a Fregene, sul litorale laziale dove la troupe dello Sceicco Bianco sta girando una puntata del fotoromanzo omonimo.
Qui finalmente incontra il suo eroe, ma l'incontro fra i due avrà conseguenze impreviste e inaspettate mentre contemporaneamente la scomparsa della moglie getta Ivan in uno stato di profonda angoscia e anche di forte imbarazzo nei confronti dei severi zii, con i quali avevano appuntamento, non sapendo come giustificare l’assenza della moglie. La vicenda si dipana con varie disavventure dei due protagonisti per concludersi poi con un rocambolesco lieto fine.
I temi principali che Fellini ci propone con questo film possono essere riassunti in tre punti:
Lo scontro tra sogno e realtà: il film è una satira sul contrasto tra l’illusione creata dai media popolari (i fotoromanzi) e la cruda realtà della vita. Il mito del personaggio dello Sceicco Bianco infatti, l'invincibile eroe di passioni esotiche e fittizie, viene frantumato dalla misera figura dell’attore Fernando Rivoli che lo interpreta. Alberto Sordi impersona magistralmente la maschera del cialtrone, che rappresenta la miseria umana nascosta dietro la grandezza apparente.
Critica alla borghesia: attraverso il personaggio di Ivan, Fellini critica la piccola borghesia italiana ossessionata dalle apparenze, dal decoro fino a sfociare nell’ipocrisia sociale, incapace di affrontare qualsiasi evento che venga a turbare l’ordine precostituito. Da rilevare inoltre il carattere spiccatamente maschilista messo in mostra da Ivan fin dalle prime battute del film, contrapposto alla timidezza e alla remissività della sposina che forse, nella lettura dei fotoromanzi, trova quasi un rifugio dalla dura realtà della condizione femminile dell’epoca.
Il film infine mette a nudo il mondo dello spettacolo. Fellini infatti esplora il "dietro le quinte" di quel mondo e ne denuncia la finzione, tema che sarà centrale in tutta la sua opera futura. A questo proposito emblematica è la rappresentazione degli attori e delle comparse del fotoromanzo che, vestiti con costumi esotici e fiabeschi, si esprimono in dialetto romanesco basso e triviale a sottolineare la differenza tra finzione e realtà.
Lo Sceicco Bianco inoltre è un film estremamente interessante perché rappresenta un ponte tra il filone del neorealismo e quello della commedia all'italiana. Infatti attinge dalla realtà sociale (neo realismo), ma la distorce con un umorismo grottesco e malinconico anticipando i temi della futura commedia all'italiana, una caratteristica questa che sarà propria anche del film "I Vitelloni". In questo film infine sono già presenti il gusto per la sfilata di personaggi eccentrici (i parenti dello sposo, gli attori del fotoromanzo), le musiche onnipresenti e originali di Nino Rota e lo sguardo rivolto verso gli emarginati e i guitti: tutte caratteristiche tipiche dello stile futuro dei film di Fellini.
Terzo film della rassegna, giovedì 5 marzo 2026
I Vitelloni è un film girato da Federico Fellini a cavallo tra il 1953 e il 1954 ed è il ritratto di un gruppo di giovani della piccola borghesia di provincia che vivono in una non ben precisata cittadina di mare; a tutto ciò certamente non è estraneo il ricordo degli anni della giovinezza del regista trascorsi nella sua Rimini.
La storia si dipana nello scorrere di giornate vuote e indolenti passate dai cinque giovani protagonisti tra burle puerili, notti insonni, corteggiamenti goffi e fallimentari di ragazze. Il tempo per loro scorre scandito all'insegna di una assoluta mancanza di volontà di crescere e di assumersi le responsabilità, sia di un lavoro stabile sia di un legame affettivo serio.
I cinque protagonisti sono:
Fausto, il donnaiolo leader del gruppo, l'attore Franco Fabrizi;
Alberto, eterno adolescente immaturo e irresponsabile, l'attore Alberto Sordi;
Moraldo, l'intellettuale silenzioso e riflessivo, nonché coscienza critica del gruppo, l'attore Franco Interlenghi;
Leopoldo, lo scrittore velleitario, l'attore Leopoldo Trieste;
Riccardo, il cantante e giocatore, l'attore Riccardo Fellini.
L'equilibrio del gruppo viene scosso quando Fausto mette incinta Sandra (l'attrice Eleonora Ruffo), sorella di Moraldo, e viene costretto a sposarla. Nonostante il matrimonio e un tentativo fallito di trovare una sistemazione, Fausto non riesce a cambiare. Il tema dominante del film è dunque la rappresentazione di cinque vite sospese tra l'adolescenza e l'età adulta in una provincia sonnolenta e priva di stimoli, che induce i cinque protagonisti ad una eterna immaturità unita ad un maschilismo cialtronesco.
La figura di Alberto (interpretata magistralmente da Alberto Sordi) che sbeffeggia gli operai al lavoro è una delle sequenze più celebri e iconiche del film, simbolo di una sciocca e presunta superiorità piccolo-borghese.
Moraldo, il personaggio che è la voce narrante della storia, è l'unico del gruppo ad avere coscienza di questa loro situazione e a coltivare il desiderio, nonché a trovare il coraggio come avviene nel finale del film, di partire e abbandonare quel mondo vacuo e inconcludente per costruirsi, lontano di lì, a Roma, una nuova vita, incerta forse, ma di sicuro più matura e responsabile. Figura, questa di Moraldo, che rappresenta probabilmente l'alter ego del regista.
In questo film Fellini, pur mantenendone certe caratteristiche, comincia a distaccarsi dal neorealismo mescolando la descrizione sociale dei personaggi (tipica di quella corrente) con una forte componente grottesca, malinconica e onirica, mostrando una realtà filtrata attraverso l'immaginazione e il ricordo, che saranno temi ricorrenti nella produzione futura del grande regista.
L'influenza di questo film nella cinematografia fu enorme, tanto che registi come Stanley Kubrick lo definirono come il loro film preferito.
Il titolo del film sembra trarre le sue origini dalla città di Pescara dove il termine "vitello" sta per giovane scansafatiche ed è stato suggerito a Fellini probabilmente dallo scrittore Ennio Flaiano che contribuì alla sceneggiatura e che era infatti originario di Pescara.
Il film fu accolto con grande successo e acclamato dalla critica, vincendo l'Oscar come miglior film straniero nel 1957 e il Leone d'Argento alla Mostra di Venezia nel 1954.
Quarto film della rassegna, giovedì 12 marzo 2026
Il film fu diretto da Luigi Comencini nel 1960 e, prima di essere una commedia, esso riveste una valenza storica in quanto analizza gli avvenimenti che accaddero in Italia dopo la firma dell'armistizio con gli anglo-americani da parte del nuovo capo di governo generale Badoglio l'8 settembre 1943, il momento più caotico e umiliante della storia d'Italia.
Nei giorni che seguirono quella data infatti l'esercito italiano si ritrovò nella più completa confusione in mancanza di direttive precise da parte dello Stato Maggiore. Infatti nel proclamare l'armistizio il Generale Badoglio ordinò alle forze armate di sospendere le operazioni belliche contro le truppe alleate, ma al tempo stesso di reagire contro i pericoli da qualunque parte fossero venuti, riferendosi in modo velato e subdolo alla reazione che quasi certamente avrebbero messo in atto i Tedeschi alla notizia della firma unilaterale dell'armistizio da parte del Governo Italiano che nel frattempo, insieme al Re, era fuggito prima a Pescara e poi a Brindisi.
Le truppe Tedesche infatti ebbero l'ordine di chiedere ai reparti italiani di consegnare le armi e di aderire alla Repubblica di Salò fondata da Mussolini su ordine di Hitler, pena la deportazione in Germania nei campi di concentramento. I soldati italiani in alcuni casi si ribellarono con le armi e si giunse così a sanguinosi scontri a fuoco come quello che portò all'eccidio di migliaia di soldati italiani nell'isola di Cefalonia; in altri casi i militari raggiunsero le montagne per unirsi ai partigiani, solo pochi, soprattutto al Nord, aderirono alla Repubblica di Salò. La metà dell'esercito gettò la divisa per non farsi riconoscere come militari e cercò di prendere la via di casa; 850.000 furono i soldati deportati in Germania dai tedeschi.
Il film narra appunto le vicissitudini di un gruppo di militari che tentano disperatamente di tornare a casa, è dunque un'opera che vuole essere una testimonianza storica di quegli avvenimenti. Essa è però anche un classico della Commedia all'Italiana, una commedia amara che mette in primo piano i caratteri dell'italiano medio, definito come sempre qualunquista, vigliacco, approfittatore ma che sa anche riscattarsi e compiere atti eroici che lo riabilitano.
Comencini ci dà una drammatica fotografia dell'Italia del 1943 con l'esercito allo sbando e quando la parola d'ordine comune era quella di provare a salvarsi in qualunque modo, un'impresa che non a tutti purtroppo sarebbe riuscita. Il merito del regista è quello di tenere il film in perfetto equilibrio tra il tragico e il comico, opera che non ha paura di farci ridere delle goffaggini dei protagonisti ma al tempo stesso non ci risparmia la crudeltà della guerra.
Straordinaria l'interpretazione di Alberto Sordi nei panni di un sottotenente ligio ai regolamenti fino al ridicolo che però via via prende coscienza della realtà che lo porterà ad uscire dalla sua viltà individuale fino ad abbracciare la responsabilità civile. È questa una commedia tragica che mette a nudo il vizio nazionale del disimpegno e che ci ammonisce che non si può stare sempre a guardare ma è necessario, ad un certo punto, assumersi le proprie responsabilità. Il film ebbe una notevole accoglienza sia di critica che di pubblico, risultando una pietra miliare nel firmamento della Commedia all'Italiana.
Quinto film della rassegna, giovedì 19 marzo 2026
Il film "Una vita difficile" del 1961 porta la firma di Dino Risi, uno dei massimi esponenti, insieme a Monicelli, Comencini, Scola, Germi, della Commedia all'italiana, autore e sceneggiatore di molti altri film tra cui il mitico "Il sorpasso" con Vittorio Gassman.
A questo proposito va sottolineato che questo genere di cinema non è fatto solo di film che fanno ridere o sorridere, ma è uno specchio della storia della società italiana, quella società che nei venti anni successivi alla fine della guerra ha conosciuto cambiamenti economici, culturali, sociali profondissimi in un lasso di tempo relativamente breve.
Alcuni grandi registi e sceneggiatori del nostro cinema hanno rappresentato questo periodo, fatto di cambiamenti e contrasti tumultuosi, con una vena sagace e ironica trasformando problemi profondi e a volte drammatici in vicende al limite della farsa e della comicità.
Sono nati così film indimenticabili come "I soliti ignoti", "La grande guerra", "Il sorpasso", in cui si ride ma con un retrogusto a volte un po' amaro in quanto via via emergono i peggiori vizi e difetti degli italiani.
È questo il cinema che racconta l'Italia del boom economico, quella che passò dalla povertà delle campagne alla televisione e alla "Seicento", quella delle migrazioni epocali di centinaia di migliaia di italiani dal lavoro nei campi del Sud alle fabbriche del triangolo industriale del Nord con conseguenze laceranti dovute alle problematiche di adattamento in un mondo così diverso per cultura, usi e costumi, l'Italia infine del divorzio e dell'emancipazione femminile.
In questo contesto di cambiamenti tumultuosi si muovono i personaggi della Commedia all'italiana: il parvenu, lo sprovveduto, l'arrampicatore sociale, il provinciale, l’opportunista, il corrotto; figure che a tutt'oggi fanno parte della nostra società e per questo rendono tali film ancora attuali, visti e apprezzati da un vasto pubblico.
Il protagonista del film, Silvio Magnozzi, è interpretato da uno straordinario Alberto Sordi affiancato da una altrettanto brava Lea Massari. La vicenda narrata si svolge nell'arco di un ventennio: dal periodo in cui il protagonista è partigiano sulle montagne fino agli anni del boom economico, passando per gli anni del referendum sulla monarchia e delle libere elezioni dopo il periodo fascista.
Silvio Magnozzi è un idealista che, dopo la fine della guerra, si trova in un'Italia che si sta ricostruendo materialmente, ma la nazione che emerge dalle macerie del conflitto è un luogo dove il compromesso, la furbizia e il servilismo pagano più della coerenza e del merito.
La "vita difficile" di Silvio Magnozzi è proprio in questo bivio dinanzi al quale lo mette la nuova realtà della società italiana: se accettare i compromessi e sacrificare gli ideali sull'altare della convenienza oppure tenere la schiena dritta, sia pure andando incontro a un'esistenza povera e piena di rinunce.
Il film è tutto imperniato su questo dilemma che il protagonista vive sulla sua pelle nelle vicissitudini che gli si parano davanti.
In questa opera si riflettono, negli anni successivi, altre commedie che racconteranno anch'esse la storia d'Italia attraverso le vicende private di alcuni personaggi simbolo. Tra questi, il più celebre è "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola dove i personaggi simbolo diventano tre. Il film incontrò subito il favore di pubblico e critica ed è stato inserito nella lista dei 100 migliori film italiani.
Sesto film della rassegna, giovedì 26 febbraio 2026
Il film "C'eravamo tanto amati" è considerato il capolavoro del regista Ettore Scola, autore di altri celebri film come "Una giornata particolare", "Dramma della gelosia". Il film fu girato nel 1974 e presenta molte analogie con "Una vita difficile" di Dino Risi; infatti segue le vicende dei tre protagonisti maschili dal periodo della guerra fino agli anni del Boom economico e vuole essere, come il film di Risi, una analisi storico - critica di quel periodo della storia d'Italia.
È poi un film che, se analizzato a fondo, si rivela pieno di simbolismi; infatti ciascun personaggio può essere interpretato come lo specchio di una frangia della società italiana del dopoguerra. Inizia anche questo durante l'ultima guerra quando tre amici (Gianni, Nicola, Antonio) militano come partigiani nella Resistenza contro i nazi-fascisti e condividono gli ideali di giustizia, eguaglianza e democrazia combattendo a rischio della vita. Li ritroviamo poi, dopo la fine della guerra, che hanno intrapreso strade molto diverse e hanno conosciuto la protagonista femminile, Luciana (l'attrice Stefania Sandrelli).
Gianni (Vittorio Gassman): è il personaggio che subisce la trasformazione più radicale e drammatica. Avvocato, tradisce i suoi ideali per la scalata sociale e il benessere materiale sposando per convenienza la figlia di un rozzo e ricco palazzinaro (interpretato magistralmente da Aldo Fabrizi), dedito a imbrogli e speculazione edilizia poco pulita. Gianni rappresenta l'Italia del Boom che ha venduto l'anima per il benessere materiale; il personaggio è tragico perché, pur avendo raggiunto gli agi della ricchezza, si sente solo e infelice, consapevole del proprio fallimento morale e del tradimento nei confronti degli amici ai quali ha tenuto nascosta la sua condizione di arricchito.
Nicola (Stefano Satta Flores): è diventato un intellettuale rigoroso e pignolo, un purista che non accetta alcun compromesso. E’ un professore di liceo cinefilo e sognatore che, per difendere le sue idee, perde il posto di lavoro, abbandona la famiglia e finisce a Roma a vivere di espedienti. Incarna una certa intellettualità italiana altera, isolata nel culto dei suoi principi ed emarginata dalla realtà.
Antonio (Nino Manfredi): è l'unico che resta fedele a se stesso dall'inizio alla fine. Onesto e un po' ingenuo, fa il barelliere in un ospedale romano; non si lamenta e svolge con dignità il suo lavoro anche se paga la sua coerenza in un mondo che gli ideali li ha sacrificati sull'altare della convenienza e dell'opportunismo. Non diventa ricco, ma mantiene intatta la sua umanità e la capacità di stringere legami sinceri. Rappresenta l'Italia onesta e lavoratrice che, pur non avendo vinto la corsa alla ricchezza, mantiene intatta la sua purezza e i suoi valori.
Luciana (Stefania Sandrelli): è la protagonista femminile, giovane aspirante attrice arrivata a Roma carica di speranze. Di lei si innamora Antonio, Gianni la seduce e l'abbandona, viene corteggiata anche da Nicola, passa attraverso un tentativo di suicidio, delusioni professionali e infine sposa Antonio. Luciana dà prova, pur tra difficoltà e disillusioni, di saper gestire in positivo la propria vita, è il simbolo dell'Italia stessa, fragile e ferita nel dopoguerra ma che sa risollevarsi e ritrovare una sua via.
In definitiva è un film che ha un retrogusto amaro, perché pone l'accento sulla disillusione dei protagonisti, che hanno combattuto e rischiato la vita fianco a fianco nella speranza di contribuire a costruire una società più giusta, solidale e democratica dopo gli anni della dittatura fascista, per poi ritrovarsi in una realtà in cui la fanno da padroni i pregiudizi, l'ipocrisia, il consumismo, la corsa ai guadagni facili, la corruzione. Loro stessi sono cambiati e sono consapevoli di questo quando dicono: "Volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi".
Scola con questo ci vuole dire che il sistema (il mondo) è più forte della volontà dei singoli. Le strutture economiche e sociali hanno finito per plasmare le persone, corrompendole o emarginandole. Il Boom ha preso il sopravvento, portando con sé individualismo e cinismo.
Il film ha avuto grandi riconoscimenti di pubblico e di critica e considerato come un testamento morale sulla società italiana di quegli anni. Ettore Scola dedicò il film a Vittorio De Sica, che fece anche una breve comparsa nel film stesso e che morì pochi giorni dopo.